23 febbraio 2007

ASPETTI DELL'ELLENISMO NEL PENSIERO EBRAICO ANTICO (III SEC. a.C. - I d.C.)

Di Lucio Troiani (Gli ebrei nell'Impero Romano, Saggi Vari, di Ariel Lewin, Giuntina).


Innanzitutto, qualche cenno preliminare sul metodo e sui limiti della mia ricerca. Un' analisi sistematica dell'ellenismo nel pensiero giudaico d'età greca esula dalle mie conoscenze e comporterebbe, inoltre, un esame organico della Settanta; vale a dire, di una serie di scritti di varia e complessa natura che spaziano in un lungo arco di tempo. Ezechiele greco o Daniele greco richiederebbero, ad esempio, un lungo e specializzato tirocinio. Io mi limito all'esame di alcuni testi che le sue conoscenze rendono centrali per la comprensione del fenomeno.
Poiché la parola "ellenistico", riferito al giudaismo, è stata così sviscerata che sembra oramai impossibile dare ad essa un significato concordemente riconosciuto, mi sottraggo al compito improbo e, forse poco remunerativo di distinguere ciò che sarebbe ellenistico da ciò che non lo sarebbe nella cosiddetta letteratura giudaica intertestamentaria.
Al di là delle speculazioni più o meno sofisticate dei filosofi e degli intellettuali greci sopra la "saggezza orientale" (1), il mondo greco, con i suoi valori, penetrò in Oriente attraverso i suoi soldati, i suoi commercianti, i suoi amministratori. Secondo una tradizione millenaria, le èlites furono associate al governo dai nuovi conquistatori. Come suggerisce un' antica testimonianza, "ellenizzare" diviene requisito essenziale per integrarsi nella nuova amministrazione.
Questa identità era culturale prima che etnica. Come sapeva Isocrate (Panegirico 50; circa 380 a.C.), l'essere greci non conosceva barriere di alcun genere; e senza contare che il dominio secolare greco-macedone in Oriente deve aver portato a commistioni di ogni genere. Giuseppe nelle Antichità Giudaiche (I, 121) lamenta che l' ordinamento costituzionale dei popoli vicino-orientali, così come fu imposto dall'egemonia greco-macedone, ne fa dei discendenti di "greci". Come documentano i papiri d' Egitto, in quel paese "Greci" era la designazione corrente di tutti gli stranieri (e non solo dei greci) in quanto distinti dagli indigeni.
Nei giorni di Antioco IV Epifane (175-163 a. C.), una parte del clero gerosolimitano, capeggiata da Giasone, fratello del sommo sacerdote Onia, avrebbe preso contatti col re per promuovere una radicale riforma ellenistica. Il re avrebbe autorizzato la costruzione a Gerusalemme del ginnasio e l' istituzione di una "corporazione di "antiocheni" in città (1). Giasone, in questo modo "trasformò i connazionali nel carattere greco". I sacerdoti, addirittura, arrivarono a trascurare i servizi all'altare e a disprezzare l' ufficio nel tempio, precipitandosi agli esercizi nella palestra. Le "idee greche" venivano ritenute migliori e grande fu lo zelo dei giudei "per rendersi uguali in tutto e per tutto ai greci e a loro modo di vita".
Come è stato notato, di questa enfasi sull'ellonomania è responsabile l' anonimo autore del "II Libro dei Maccabei" che compendia, secondo le su stesse parole, uno scritto di un giudeo della diaspora, un certo Giasone cireneo. Questo Giasone avrà vissuto, forse in prima persona , gli eccessi e le insidie dell'ellenismo che saranno stati ancora più vistosi nella sua patria.
Dopo gli studi di E.J Bickerman e di M. Hengel(2) sopra la cosiddetta riforma ellenistica di Gerusalemme del tempo di re Antico, sembra problematico precisarne meglio e in modo più esauriente il quadro culturale e ideologico.
Quando Giasone introduce la riforma, essa doveva essere già nell'aria. Solo che, la classe dirigente si sarà divisa sul livello di adesione all'ellenismo. Per secoli l'ellenismo divise il composito e articolato universo giudaico.
L'esegesi corrente, che identifica univocamente i "popoli" della letteratura neotestamentaria con i gentili, non sembra tenere conto dell'articolazione internazionale del giudaismo. Inoltre come apprendiamo dalla letteratura rabbinica, il termine "popoli" non doveva designare solo le comunità sparse nelle varie nazioni del mondo antico. In questa letteratura, l' espressione "popoli della terra" indica chi non è istruito alla legge ed è, perciò, da una certa prospettiva, "impuro" (la persona non istruita, dalla quale non ci si potrebbe aspettare un' osservanza puntuale della prescrizione della legge). Qualche volta, dunque, il termine avrà designato l' insieme eterogeneo dei non osservanti: "questa folla che non conosce la legge", secondo la definizione dei sommi sacerdoti e dei farisei del Vangelo Giovanni(7:49). E' pertanto legittimo esprimere qualche perplessità sull'identificazione, generalmente accettata, con i gentili dei "popoli" sui quali si sarebbe riversato il dono dello spirito santo in Atti 10:45 o di quelli cui si rivolge l' apostolo Paolo. Né potrebbe suscitare eccessiva meraviglia la circostanza che Paolo, un fariseo, indichi con la terminologia per lui corrente ("i popoli") questa categoria.
L'ellenismo avrà svolto un ruolo centrale in questo processo di differenziazione interno al giudaismo. Il filosofo stoico Epitteto, probabilmente intorno al 108 d.C., sostenendo che l' adesione a una dottrina deve esistere nei fatti e non nelle parole, deplora chi, essendo giudeo, recita la parte dei greci. La testimonianza del filosofo stoico mi sembra indicativa dell'impatto delle idee greche sul giudaismo. Paolo aveva sostenuto che "non esiste differenza fra i giudei e greci". Forse, le loro origini saranno divenute, con il passar del tempo, sempre più incomprensibili e oscure. Fatto ancora significativo per questo discorso: la letteratura dei "greci" è divenuta patrimonio della cultura cristiana. Clemente alessandrino ed Eusebio ci hanno tramandato, dall'antologia del Poliistore, frammenti di autori di Iudaikà in lingua greca: un genere di letteratura parabiblica che suscita le riserve e le critiche di un gerosolimitano come Giuseppe (3). I cristiani dovevano considerare autori come Demetrio, Eupolemo e Filone alessandrino i naturali precedenti della loro letteratura.
Trentaquattro furono gli anni di persistenza della riforma a Gerusalemme, secondo i calcoli di M. Hengel. Noi possiamo chiederci se la rapida "ellenizzazione" del cristianesimo, che sollecitò l' attenzione di A. Harnack, non derivi, sia pure parzialmente, dalla parte greca del giudaismo: "greci" per esprimersi con Giuseppe "che non sopportandone la durezza, di nuovo se ne distaccarono". Forse, non sarà stato semplicemente un caso che le comunità di Grecia e d' Asia Minore, le quali, secondo la testimonianza di Giuseppe, si dibattevano fra assimilazione e fedeltà i costumi patrii, figurano fra i destinatari delle lettere paoline.
L' ellenizzazione del giudaismo può essere vista sotto visuali diverse; il cristianesimo, però, rimane fondamentale per la sua comprensione.



(1) F. Parente, "Gerusalemme è mai stata una polis?", Rivista di Storia e Letteratura Religiosa 1994, 3-38.

(2) E.J. Bickerman, The God of the Maccabees, Leiden 1979; M.Hegel, Judentum und Hellenismus, Tubingen 1988.

(3) L. Troiani. Due studi di storiagrafia e di religione antiche, Como 1988.