27 febbraio 2007

ESSENI, E COMUNITÀ DI QUMRAN: QUALE ORIGINE?



Nel giudaismo antico non si hanno molti casi di forme di vita comunitarie, ad eccezione di un particolare momento storico, all’incirca dal II secolo a.C. al I d.C., in cui si ha testimonianza di almeno tre strutture organizzative: gli esseni, la comunità di Qumran e i terapeuti.
Questi tre gruppi sono assai differenti tra loro per entità - in quanto gli esseni rappresenterebbero un vasto movimento palestinese, con dimensioni e visibilità tali da essere conosciuti anche a livello internazionale, mentre la comunità di Qumran e i terapeuti costituiscono singole comunità , più o meno note, e comunque delimitate, ristrette, - ma hanno un elemento di fondo che li accomuna: l’adesione volontaria ad uno stile di vita comunitario, ossia organizzato secondo momenti, spazi, attività , dottrine e ideologie interamente in comune tra i rispettivi membri.
Non si tratta, perciò, di classi socio-politiche, come potrebbe essere quella dei sadducei, né di associazioni religioso-politiche, come quella dei farisei, insieme alle quali vengono enumerati gli esseni nelle opere di Flavio Giuseppe. Quello che li caratterizza e distingue da questi è appunto il fatto di costituire uno yahad (letteralmente «unità»), una ‘edah (letteralmente«congregazione»), ossia una «comunità ».
Gli esseni sono menzionati solo da testimonianze indirette, mentre non compaiono in alcun modo in fonti dirette e, allo stato attuale delle ricerche, la loro denominazione sembra essere una designazione esterna.
Uno studio attento e critico delle testimonianze a loro riguardo ha portato a delineare un’immagine dell’essenismo come movimento sparso in tutta la Palestina e costituito da un insieme di comunità locali, disseminate nelle varie città e villaggi, o a volte isolate. Ognuna di queste comunità ha un rapporto particolare col mondo esterno, a seconda dell’ambiente sociale, economico, politico, culturale che la circonda (ad esempio, quella di Gerusalemme è in continua e vivace dialettica con l’autorità e pienamente partecipe degli eventi politici contemporanei) ed esercita una certa autonomia a livello di direttive e norme interne (ad esempio, nel campo della gestione economica o in ambiti ancora più delicati, come quello della pratica del celibato o del matrimonio). Tali conclusioni si ricavano principalmente dal fatto che non vi è un quadro dell’essenismo omogeneo e definito, non solo tra le differenti fonti, ma addirittura all’interno di una stessa fonte. La comunità di Qumran rappresenta una di queste comunità locali.
Nel panorama delle ipotesi, volte alla ricerca dell’identità e della natura del gruppo residente a Qumran, la cosiddetta «ipotesi di Groningen», formulata da F. García Martínez e da A.S. van der Woude, offre una soluzione originale alla vasta gamma di elementi connessi con la «questione Qumran»: dati archeologici, notizie ricavabili dai rotoli, fonti indirette sugli esseni, letteratura del giudaismo del secondo Tempio.
I suoi promotori, García Martínez e van der Woude, entrambi insegnanti all’università di Groningen, da cui l’ipotesi prende il nome, separano le origini dell’essenismo da quelle della setta qumranica. L’essenismo è ritenuto un fenomeno palestinese, sorto prima della crisi antiochena, e affonda le sue radici nella tradizione apocalittica, dalla quale si staccò forse tra la fine del III secolo a.C. e gli inizi del II. Questi dati sono ricavabili innanzitutto da Flavio Giuseppe, che presenta gli esseni accanto a farisei e sadducei, come realtà tipicamente palestinese e, pur introducendoli al tempo di Gionata (160-143 a.C.), lascia intendere che in quel periodo erano già esistenti – e non tanto che allora nascevano e si organizzavano come gruppo –, dal momento che altrove sottolinea l’antichità della loro tradizione.
Un discorso a parte riguarda l’origine del gruppo qumranico, che verso la fine del II sec. a.C. prese le distanze dall’essenismo, sia ideologicamente sia fisicamente, proseguendo il proprio cammino su vie autonome e caratteristi che García Martínez deduce gli elementi per questa ricostruzione a partire dai manoscritti e dalla loro lettura della vicenda. Il protagonista indiscusso appare il Maestro di giustizia, che, dopo un primo tentativo di conciliazione e di per- suasione nei confronti degli altri esseni, guidò la separazione dei suoi seguaci dal resto del movimento. Le questioni che provocarono la scissione devono essere riferite al calendario e alla halakah: il primo comportava una serie di implicazioni sul culto e sull’escatologia, la seconda era legata all’interpretazione della Torah.
Il fatto che nelle fonti indirette sugli esseni non si parli mai di questi problemi induce a credere che gli esseni avessero accettato il calendario lunare, che era il calendario festivo adottato dal resto del giudaismo dell’epoca e in vigore al Tempio, mentre i qumranici sarebbero rimasti fedeli a quello solare, probabilmente il calendario della tradizione apocalittica, come testimonierebbero i Giubilei e la letteratura enochica (*)
Le questioni halakiche sono testimoniate soprattutto in 11QT (il Rotolo del Tempio) e
4QMMT (Lettera halakica): riguardano la purità rituale, il culto del Tempio e norme matrimoniali. Dietro queste halakot vi era il problema dell’interpretazione della Torah e su questo punto si inserisce la rivendicazione del Maestro di giustizia di avere ricevuto da Dio la rivelazione circa l’esatta interpretazione dei suoi misteri, esposti nella Legge e nei Profeti. Ovviamente la pretesa del Maestro di giustizia non fu accettata da tutti gli esseni e sotto i pontificati di Gionata(160-143 a.C.) e di Simone (143-134 a.C.) devono essere iniziati i conflitti interni, che segnarono la fase prequmranica della futura comunità : una fase di formazione di quello che sarà il pensiero più tipicamente settario, ma anche di tentativi per convincere coloro che erano restii o ostili, fino al fallimento di ogni possibilità di accordo.
Al termine di questo periodo, i fedeli seguaci del Maestro scelsero con lui la via dell’esilio e si trasferirono a Qumran, forse durante o alla fine del regno di Giovanni Ircano (134-104 a.C.) – come sembrerebbero dimostrare anche i dati archeologici –, poiché sicuramente si trovavano già installati qui sotto il regno di Alessandro Ianneo (103-76 a.C.). Dopo la separazione dalla setta-madre, la comunità di Qumran si sviluppò in modo autonomo e singolare, dando vita a un pensiero e una riflessione teologica peculiari. Questo potrebbe spiegare, insieme ad altri fattori, le discrepanze tra le descrizioni degli esseni nelle fonti indirette e i dati contenuti nei manoscritti.


(*) L’origine dell’enochismo non è stata studiata in maniera particolare, forse per la mancanza oggettiva di notizie. Fa eccezione Boccaccini, che ha messo in relazione l’origine dell’enochismo con la cacciata di alcuni sacerdoti dal Tempio di Gerusalemme, voluta da Neemia. I sacerdoti cacciati sarebbero gli antenati dell’enochismo. Comunque, dalla lettura delle presentazioni dell’enochismo è facile enucleare due atteggiamenti di fondo: per alcuni si tratta di un fenomeno essenzialmente ellenistico e quindi, non databile a prima del III sec. a.C. Per altri si tratta di un fenomeno indipendente dall’ellenismo e databile all’epoca persiana. La datazione alta si appoggia sul fatto che abbiamo un frammento del Libro dell’Astronomia, che appartiene già nella sua scrittura al III sec. a.C. e sembra rimandare le origini del movimento a date più antiche. P.Sacchi è favorevole a una datazione alta.


BIBLIOGRAFIA
Laura Gusella, "Esseni, comunità di Qumran, terapeuti" (Altri studi; Materia Giudaica; Anno VI/2 (2001).
Gunter Stemberger, "Farisei, sadducei, esseni ", Brescia; Paideia.
Gabriele Boccaccini, "E se l'essenismo fosse il movimento enochiano? Una nuova ipotesi circa il rapporto tra Qumran e gli esseni", in Qumran e le origini cristiane. Atti del VI Convegno di Studi Neotestamentari (L'Aquila, 14-17 settembre 1995), ed. Romano Penna ("Ricerche Storico-Bibliche" 9.2; Dehoniane: Bologna, 1997) 49-67.
Paolo Sacchi, "Origini dell’enochismo e apocalittica" (Materia Giudaica; Anno VII/1 (2002); Qumran: miniera di manoscritti, Letture 50, 1995, pp. 80-81.