20 febbraio 2007

L'INFLUENZA DEL GIUDAISMO SUI NON - EBREI NELL'IMPERO ROMANO

Di Wolf Liebeschuetz (Gli ebrei nell'Impero Romano, Saggi Vari, di Ariel Lewin, Giuntina).



Già alla fine della repubblica gli ebrei di Roma erano abbastanza numerosi da far ritenere che una dimostrazione ebraica potesse influenzare il corso di un processo contro un ex governatore d' Asia che era stato accusato tra le altre cose di aver confiscato del denaro ebraico destinato ad essere inviato al tempio di Gerusalemme. L' uso degli ebrei di inviare danaro al tempio di Gerusalemme era ben noto ed impopolare.
L' osservanza del sabato ebraico, che consiste soprattutto nell'astensione da qualsiasi forma di lavoro, era ben nota ed ampiamente praticata da essere divenuta un pretesto proverbiale, ed anche umoristico (...). L' imperatore Augusto dopo che per qualche motivo si era astenuto dal cibo per un giorno intero scrisse a Tiberio (forse confondendo il sabato con il Giorno dell'Espiazione) che perfino un ebreo non digiunava di sabato in modo così scrupoloso (1). Il sofista Frontone scrisse al suo ex allievo, l' imperatore Marco Aurelio, di stare aspettando il primo di Settembre con la medesima impazienza con cui i superstitiosi (cioè: gli ebrei) attendevano la prima stella che avrebbe indicato la fine del loro digiuno. Plutarco notò che l' osservanza del sabato era uno dei mali che i greci avevano adottato dai barbari a causa della superstizione. Seneca pensò che la superstiziosa osservanza del sabato avesse portato gli uomini a sprecare la settima parte della loro vita e a danneggiare loro stessi posponendo ciò che doveva essere compiuto subito. Egli propose che l' accensione delle lampade del sabato venisse vietata.
Il sabato con le sue regole era così familiare perché era osservato addirittura da alcune persone che non erano ebrei per nascita. "Giudaizzare" era evidentemente a Roma un fatto molto comune. Non si può provare con certezza che ciò avveniva perché la conversione da parte dei gentili costituiva uno scopo esplicito della religione ebraica di quel tempo, ma evidentemente c' era chi a Roma pensava che gli ebrei si stessero dando da fare per trovare persone da convertire e più persone ritenevano che si stessero operando delle conversioni. Seneca aveva in mente la diffusa adozione di usanze religiose ebraiche ed in particolare l' osservanza del sabato quando ciò coniò l' epigramma: gli sconfitti hanno dato leggi ai vincitori (2).
Come Persio sottintende, era possibile trovare persone "giudaizzanti" nell'alta società. Fulvia, moglie di Santurnino, amico dell'imperatore Tiberio, divenne una proselita dei costumi ebraici.
Dallo storico Dione apprendiamo che l'imperatore Domiziano mise a morte il suo congiunto Flavio Clemente quando questi era console con l'accusa di ateismo "un'accusa in base alla quale molti altri che si erano indirizzati alle usanze ebraiche furono condannati". Fra di questi, Flavia Domitilla la moglie di Clemente venne bandita ed Acilio Glabrione, uomo di antica nobiltà, giustiziato. Ciò accade nel 91 e.v.
Tacito, che scrisse probabilmente trent'anni dopo gli eventi, afferma che mentre il Tempio esisteva ancora, tutta la gente peggiore, disprezzando il culto dei propri padri, si univa agli ebrei nel pagare regolarmente i tributi e nel dare offerte al Tempio di Gerusalemme. Bisogna sicuramente dedurre che c'era una adesione diffusa al giudaismo al punto da pagare una tassa volontaria. Di fronte a queste prove non si può dubitare del fatto che l'adozione delle pratiche ebraiche era diffusa a Roma nel primo periodo dell'impero. Il fatto che un individuo si ritenesse ebreo non significava che questi fosse accettato come tale dalla comunità ebraica.


Dopo la distruzione del Tempio il giudiasmo, naturalmente, non aveva una enorme autorevolezza. La storia più tarda dell'ebraismo, così come la storia della Chiesa primitiva, prova che con la volontà poteva essere raggiunto un considerevole livello di uniformità del rituale senza il bisogno di un'organizzazione formale.
L'imperatore Adriano (117-138 e.v.) vietò la circoncisione, Antonio Pio (138 - 161 e.v.) modificò questa legge restringendo la proibizione a tutti coloro che non erano ebrei. Le punizioni per un'illecita circoncisione erano le stesse che erano previste per la castrazione. Ciò significava che i cittadini romani che si erano circoncisi con riti ebraici dovevano essere banditi in un'isola dopo che le loro proprietà erano confiscate. I medici che avevano compiuto l'operazione erano passibili di condanna a morte. Gli ebrei che avevano fatto circoncidere schiavi che non erano di origine ebraica dovevano essere deportati o anche messi a morte. Lo scopo di tale legislazione deve essere stato quello di porre fine alla circoncisione dei gentili, circoncisione che naturalmente costituiva il passo decisivo nella formazione di un proselita ebraico.


L'inquietudine del governo romano è facile da comprendere. La rivolta ebraica del 115-117 e la rivolta di Bar Kochba erano state represse con grande difficoltà e di conseguenza il governo decise che ogni crescita della popolazione ebraica dovesse, se possibile, limitarsi all'incremento naturale. Naturalmente è molto dubbio che la legge abbia mai avuto l'effetto voluto. La maggior parte della documentazione fin qui citata viene da Roma. Ma si può mostrare che il Giudaismo era estremamente attraente per i non ebrei anche in Oriente. C'erano comunità ebraiche in oltre 50 città d' Asia Minore, ma non possediamo alcuna cifra (3). Ma è chiaro che la popolazione ebraica nella Palestina che nella diaspora era enormemente aumentata dal tempo dei Maccabei. Certo una gran parte dell'incremento nella Palestina era il risultato della conquista e della conversione dell' Idumea da parte di Giovanni Ircano qualche tempo dopo il 129 a.e.v., e della Galilea da parte di Aristobulo I nel 104 - 103 a.e.v (4).
Il giudaismo si era mostrato capace di assimilare un gran numero di non - ebrei all'interno dei confini dello stato ebraico. Questa capacità poteva sicuramente venire usata per ottenere conversioni nella diaspora. Viene da domandarsi se essa fu davvero usata, se l'opera di attivi missionari ebrei contribuì all'espansione del numero degli ebrei e al diffondersi dell'adozione di pratiche ebraiche fuori dalla Palestina. Recentemente Goodman si è opposto con forza alla teoria secondo cui gli ebrei dell' alto impero considerarono un dovere il convertire i gentili al culto del Dio ebraico, per quanto naturalmente gli ebrei venerassero il loro Dio come il Dio dell'universo (5). Come ha sottolineato Goodman, le testimonianze di una reale attività missionaria da parte degli ebrei e dunque di una teologia ebraica di missione sono estremamente scarse anche se non del tutto inesistenti (6). Inoltre il medesimo studioso ha messo in luce che l' impulso missionario cristiano può essere derivato non tanto da un desiderio ebraico di convertire i gentili al giudaismo quanto dalla ardente predisposizione di sette ebraiche - e il cristianesimo dopo tutto era una di queste - a convertire i correligionari ebrei al loro particolare punto di vista. Uno zelo nel cercare convertiti è sempre stato caratteristico di sette innovative piuttosto che di religioni consolidate.
E' certo evidente che fu con grande difficoltà che gli ebrei riuscirono a causare piene conversioni a causa dell'insistenza non solo del battesimo, ma anche sulla circoncisione e sulla piena adozione dei costumi ebraici. Ciò a sua volta poneva barriere fra i convertiti ed i loro parenti che non si erano convertiti.
Per riassumere: l'influenza del giudaismo sui non - ebrei nell' impero romano fu profonda e duratura. Ciò è paradossale dal momento che l' esclusivismo del culto ebraico e la rigidità delle leggi alimentari ebraiche servivono da barriera fra un ebreo ed un gentile. Inoltre non sembra che gli ebrei come regola abbiano propagato la loro religione. Così c'era evidentemente qualcosa nella natura della religione ebraica e della comunità ebraica che soddisfaceva un bisogno avvertito da molti all'interno ed anche al di là delle frontiere dell' impero.




(1) Svetonio, Il divo Augusto 76.2. Il Giorno dell'Espiazione è chiamato sabato nel Levitico 16.31. In realtà il digiuno è proibito di sabato a meno che questo non coincida col Giorno dell'Espiazione.

(2) Seneca, De superstitione in Agostino, La citta di Dio VI.11: "Cum interim usque eo sceleratissima gentis consuetudo convaluit, ut per omnes iam terras recepta sit ;victi victoribus leges dederunt".

(3) Documentazione in E. Shurer - G.Vermes - F. Millar, The History of the Jewish People vol. III. 1, pp 17-36.

(4) Giuseppe, Antichità XIII. 318-319

(5) M.Goodman, Mission and Conversion, cit.

(6) Le testimonianze citate da L.H. Feldman, Jew and Gentile, cit., pp. 293-298 sono nel complesso una prova della letizia degli ebrei alla conversione di un pagano piuttosto che della consapevolezza del dovere religioso di diffondere la religione ebraica.